lunedì 9 novembre 2015

Video recensione de "Le tre notti dell'abbondanza" di Paola Cereda

Buonasera amici lettori e lettrici!

Oggi vi propongo qualcosa di nuovo, qualcosa che stuzzichi la creatività e soprattutto la fantasia di gente come voi, appassionata ed intellettualmente vivace.



Vi presento non solo il mio canale YouTube, ma vi voglio proporre un modo nuovo di parlare di libri: le video recensioni stanno ormai diventando un punto di riferimento per chi non ha tempo di leggere una recensione scritta e - a volte - anche lunga (come le mie!).
Perciò ho pensato di facilitarvi il lavoro e di parlare - entro un massimo di 7 minuti - del libro che ogni settimana suggerisco di leggere, avendo in cura la rubrica Il libro suona sempre due volte.

Ebbene, il libro che consiglio questa settimana è Le tre notti dell'abbondanza di Paola Cereda (Piemme, 2015), che ho già avuto il piacere di presentare presso la libreria Il Mercante di Storie (Osimo, AN) lo scorso 9 ottobre.

Ecco, dunque, il link alla video recensione:

https://www.youtube.com/watch?v=UOE9D69I46w



Buona visione e soprattutto...BUONA LETTURA!



venerdì 6 novembre 2015

"Leggere ci rende più forti": combattiamo la violenza con la forza delle parole



Il 30 ottobre è partita un'importante campagna promossa da Giunti Editore - valida fino al 28 novembre - contro la violenza sulle donne e sui bambini soggetti a violenze domestiche in Italia.

Leggere ci rende più forti è un progetto che vuole sostenere la dignità e il coraggio umano utilizzando la forza delle parole: basta acquistare un libro a scelta fra gli oltre 50 testi di narrativa femminile selezionati da Giunti e scontati del 20%.
Il 5% del ricavato sarà destinato alla Fondazione Pangea Onlus, a sostegno del progetto Piccoli ospiti, promosso anche da Maria Grazia Cucinotta.



Per saperne di più, leggete qui il mio articolo per Ghigliottina.it.


CONDIVIDETE, DIFFONDETE E...LEGGETE!

#leggereciredenpiùforti #mammacheblog 




"Il clima ideale" si trova in libreria: l'esordio letterario del giornalista Franco Vanni



Buongiorno amici lettori,
oggi vi segnalo la mia recensione de Il clima ideale di Franco Vanni (Laurana editore, 2015) uscita su Sololibri.net.

Franco Vanni è cronista giudiziario di "la Repubblica" ed ha esordito in campo letterario con un noir che ha le sfumature classiche del giallo, ma tradisce un substrato prettamente letterario: il testo sembra pervaso di un sentimento malinconico che rende il romanzo accattivante e originale, ben al di sopra delle aspettative.

Riporto di seguito la trama che trovate anche sulla quarta di copertina:

"Bosnia orientale, 1992. Sono tutti morti, tranne una ragazza di 16 anni. Ha visto uccidere i suoi genitori ed è prigioniera di Dragan, capo di una formazione paramilitare.
Milano, vent’anni dopo. Michele fa il lobbista, o il “creatore del clima ideale per i clienti”, come dice. È abituato ad avere il controllo in ogni situazione. Ma tutto cambia quando nonno Folco lo incarica di scoprire chi sia davvero Nina, cameriera serba che lavora a Tirana. Qualcosa va storto. Troppa gente si fa male. Qualcuno segue Michele. Perché il nonno vuole informazioni su Nina? Perché tutti quelli che entrano in contatto con lei rischiano la vita? Le risposte si nascondono in un intreccio di indagini private, truppe mercenarie, ambizioni politiche e viaggi notturni fra Milano, l’Albania, la Serbia e la Bosnia. Il clima ideale è un thriller che accompagna il lettore lungo un percorso di sangue, che dalle SS di Adolf Hitler porta alle squadre della morte nell’ex Jugoslavia. Fino al cuore nero dell’Europa".

Per leggere anche un estratto del libro basta cliccare qui.

Ecco invece il LINK alla MIA RECENSIONE:





Per visitare il sito de Il clima ideale basta cliccare qui.


Buona lettura e...come sempre, buon divertimento!






giovedì 5 novembre 2015

Nuovo indirizzo per SE QUESTO E' UN LIBRO!

Buonasera carissimi lettori,

scrivo due righe per comunicarvi che l'indirizzo del blog è stato modificato! Ora potete cercarmi nei motori di ricerca andando su: www.sequestoeunlibro.blogspot.it

Segnato? Bene! Buone letture!

e... STAY TUNED, as usual *


mercoledì 4 novembre 2015

L'esordio vincente della scrittrice con un nome: Alice Basso

«Devo chiederglielo, Sarca. Mi faccia capire. Come ha fatto a impararlo? Ci è nata? O lo è diventata a un certo punto della vita? E, se è così, a causa di cosa?»«Mi scusi ma non capisco, commissario. "Diventata" come?»«Ma così Sarca. Capace di entrare nella testa degli altri. (…)»
È così: Silvana (Cassandra) SarcaVani per gli amici, se di amici si può parlare per questa fanciulla solitaria e cupa – trentaquattro anni, residente in quel di Torino – la zona meno chic, intendiamoci – ha la capacità innata di immedesimarsi nei panni degli altri. O meglio, ha la capacità di diventare qualcun altro: pensare allo stesso modo, parlare allo stesso modo, ma soprattutto scrivere allo stesso modo. Perché scrivere è una delle cose che Vani sa fare meglio.
Questo personaggio strambo, che veste sempre di nero, che non si separa mai dal suo lungo impermeabile logorato dal tempo e dal grigiore torinese, con un ciuffo di capelli – anch’esso nerissimo, beninteso – che le copre quasi completamente l’occhio sinistro, insomma, questa Vani Sarca che tanto somiglia a Lisbeth Salander, è la protagonista di un esordio letterario a dir poco sorprendente. Lei è la ghostwriter che ci presenta Alice Basso nel suo primo romanzo L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome (Garzanti, 2015, pp.271).



 No, non è la solita storia a sfondo rosa, e no, non è la solita storiella costruita nell’ambiente editoriale, dove i libri sembrano essere l’unica ragione di vita per il protagonista. Questa è una vicenda che fa leva soprattutto sull’originalità: Vani è una ragazza disillusa, disincantata, che non si fida più della gente e che si tiene lontana dalla calca della mondanità, è sarcastica, apparentemente sprezzante, annoiata da qualsiasi cosa, in una parola ferita. Sì, perché al di là dell’aspetto aggressivo, degli stivali che vorrebbero intimorire e del rossetto viola che impone una barriera tra lei e il resto del mondo, Vani ha un passato fatto di piccole mancanze, di fugaci sguardi di disapprovazione, di brevi e spensierate battute che hanno minato, a poco a poco, il vissuto di una Donna Diversa. Lei non è come tutti, lei ha grandi qualità, lei è capace di essere qualcun altro senza perdersi mai di vista. Come sfruttare questo dono, accuratamente affinato con lo scorrere del tempo? Scrivendo romanzi per questo fantomatico qualcun altro. Ed ecco che la signorina Sarca diventa la ghostwriter per le Edizioni L’Erica.
L’empatia profonda e l’intuito formidabile porteranno Vani a scrivere per diversi autori, fino a quando non arriva L’Autore per cui scrivere Il Libro. Si tratta di Riccardo Randi, scrittore che ha già accumulato un discreto successo, ma che ora non riesce a destreggiarsi nei meandri del classico “blocco”. Enrico Fuschi, editore delle Edizioni L’Erica, nonché capo di Vani, per la prima volta decide che è necessario che la ghostwriter incontri l’autore per capire che cosa ne sarà del lavoro. Non solo Più dritto di una corda di chitarra diventerà un romanzo di grande successo, ma anche il cuore di Vani sembrerà aprirsi dopo tanto tempo ai languori dell’amore, complice una immediata sintonia che sembra instaurarsi tra la ghostwriter e Riccardo.
Purtroppo questo vivace momento sentimentale cozza con gli impegni lavorativi della dottoressa Sarca, perché Vani, in questo momento, non può distrarsi: sta lavorando ad un nuovo romanzo di una nota scrittrice, Bianca Dell’Arte Cantavilla, famosa per le sue Cronache angeliche, in cui riporterebbe i messaggi che le riferiscono gli angeli con cui è in contatto.
Niente di più lontano da Vani, eppure deve, come sempre, svolgere brillantemente il suo lavoro, salvo incappare in quello che, per lei, sarà un vero e proprio caso da risolvere. Bianca è scomparsa. Sarà proprio Vani ad aiutare il commissario Berganza a seguire la pista che li porteranno alla soluzione del caso.
Come detto in precedenza, non si tratta di una storia d’amore, non si tratta di un giallo, non si tratta neanche di una commedia a sfondo prettamente comico. L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome è tutto questo messo insieme, in modo a dir poco magistrale e intelligente. Accanto alla quotidianità di Vani, fatta di libri, scrittori da studiare, analizzare e “riprodurre”, scivola di sottecchi la vicenda sentimentale con Riccardo. Mentre la protagonista cerca di districarsi con una materia – l’amore – che ha dimenticato per troppo tempo chiusa nel cassetto, si insinua nella sua vita un caso di sequestro di persona, che la porterà ad incontrare un commissario che crede fermamente nelle sue qualità, riconoscendone un talento unico e per questo utile allo svolgimento delle indagini.
Con una scrittura che oscilla tra ironia, sarcasmo e la leggerezza classica dell’informalità, Alice Basso crea un personaggio a cui è impossibile non affezionarsi, complice uno stile che subito stringe amicizia con il lettore. Vani Sarca possiede una particolarità: esteriormente assomiglia a Lisbeth Salander, ha la stessa pungente e acuta ironia dei migliori protagonisti di romanzi gialli, e tuttavia è un personaggio che riesce a somigliare solo a se stesso, unico nel suo genere.
Vani conserva mille sfumature, tipiche di chi è integro fuori ma lacerato dentro: dietro al sarcasmo, all’ironia di cui si serve per attaccare, prima ancora di essere attaccata, si nasconde la bontà dei disillusi, che poi così disillusi non sono mai.
“È precisamente questo – questo mio vacillare sul bordo del dubbio – che mi fa incazzare.Io odio sentirmi destabilizzata”.
Chi è in realtà Vani? Non è forse il genio incompreso che si rifugia dietro al paravento del menefreghismo, per paura di sporcarsi le mani con la vita? Per paura, forse, di rimanerci di nuovo male, memore delle ferite di un’intera esistenza, ancora non del tutto risanate, sempre pronte a riaprirsi e a sanguinare?
A mano a mano che si procede con la lettura, ci si accorge che proprio questa protagonista – apparentemente tutta d’un pezzo, avvolta nel suo impermeabile nero – ha bisogno di evolversi, di crescere, di conoscersi anche, e lo fa con il lettore, di fronte al lettore. Si mette a nudo ed impara a mettersi in gioco proprio in corso d’opera.
È per questo che L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome non è solo un romanzo in cui la saccente protagonista insegna al pubblico come districarsi nel mondo dell’editoria, come fare del proprio lavoro un CAPOlavoro, ma insegna soprattutto l’arte dell’esistere, che è ben diverso dal saper vivere. Esistere implica l’esserci, con tutti i sentimenti e con tutta l’intuizione di cui si è capaci. La costruzione – o, come in questo caso, la ri-costruzione – di se stessi avviene sempre mettendoci la faccia, proprio come sceglie di fare Vani.
“Nessuno si propone mai per un ruolo da ghostwriter. Intanto perché è un ruolo di merda: tutti vogliono diventare scrittori, nessuno vuole che qualcun altro firmi i suoi libri. E poi perché è un lavoro maledettamente difficile. E, infatti, rarissimo”.
Ed eccoci al tema chiave del romanzo: il lavoro di ghostwriter. Quello di Alice Basso è forse il primo caso in Italia in cui il protagonista di un romanzo d’esordio è un personaggio scomodo, che fa un lavoro altrettanto scomodo e di cui si parla davvero pochissimo. Questa volta si guarda al mondo dell’editoria con occhi decisamente differenti: in primis in modo molto più disincantato, e per questo più realistico; in secundis si parte dal presupposto che il pubblico sia anche un pubblico curioso. Quanti dei lettori della Basso saranno degli aspiranti scrittori? Quanti degli aspiranti editor, redattori, ghostwriter (perché no?) o semplici appassionati della materia? Ebbene la giovane autrice di carne sul fuoco ne mette a volontà, regalandoci un nuovo e originale punto di vista, con l’aiuto dello sguardo attento di chi lavora nel buio, dietro le quinte.
Accanto alle descrizioni particolareggiate ed esilaranti dei singoli personaggi, troneggia la figura del commissario Berganza: sebbene assomigli molto al Philippe Marlowe di Chandler, tuttavia – anch’esso – riesce ad assomigliare realmente solo a se stesso. Nessun intuito sopraffino – e artificioso – alla Sherlock Holmes: questa volta abbiamo qualcosa di molto più realistico, abbiamo un commissario preparato, che sa il fatto suo e che si avvale dell’aiuto di una giovane donna che riesce ad entrare nella mente delle persone. All’umiltà – inaspettata – e al coraggio di Berganza, si mescolano grande intelligenza e soprattutto una preparazione letteraria che riecheggia, in verità, in tutto il romanzo.
Ed ecco l’altro punto di forza del libro: Alice Basso sfodera la sua cultura in campo letterario ed artistico senza che il lettore ne venga sopraffatto. Inserisce citazioni colte in ogni anfratto disponibile del romanzo, nei dialoghi tra i personaggi, nel finale che, pur non contenendo in modo esplicito dei riferimenti letterari, resta pur sempre un finale degno dei migliori gialli della Christie, in cui sembra di sentir parlare un Poirot in gonnella.
Prendendo sapientemente in giro i grandi classici della cultura internazionale, la Basso insegna senza mettersi in cattedra, ma piuttosto gioca con il lettore stimolandone la vivacità intellettiva.

L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome non è solo un romanzo. È l’esilarante miscuglio di intelligenza, arguzia, ironia e bravura. Non ve ne pentirete.


venerdì 2 ottobre 2015

Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei (forse)

Carissimi e affezionati (mi auguro, sennò peggio per voi) lettori,
quest'oggi non vi ammorberò l'esistenza con recensioni, interviste o articoli di svariata natura, ma farò una cosa ancora più crudele. Vi farò un riassunto di tutto quello che ho scritto da luglio fino ad ora.
Eh sì, perché io sono qui per soccorrervi, per venire in vostro aiuto quando non avete idea di cosa leggere, quando non sapete quale autore pescare dal mazzo, insomma, quando proprio non riuscite a dimenarvi nel mare magnum della letteratura contemporanea.



E perciò, bando alle ciance! Qui troverete tutti i link ai miei articoli apparsi su QUESTO BLOG, su GHIGLIOTTINA.IT, su THE FIELDER e su SOLOLIBRI.NET. Con qualche incursione - che non guasta - su KULTURAL.

Buona lettura e... ditemi quale libro avrete scelto e vi dirò chi siete! (Più o meno)



SE QUESTO E' UN LIBRO :

- Intervista a Maria Francesca Stancapiano: parliamo di viaggi, libri, musica e del suo programma radiofonico Note di bordo. Un viaggio fra le righe

- Recensione di Maria Giulia che divenne Fatima della giornalista del Corriere della Sera Marta    Serafini

- Recensione I ricordi non si lavano di Aurora Frola (Edizioni della Sera)

- Recensione Lo Scuru di Orazio Labbate (tunué)


- Articolo sulla presentazione al Futura Festival de L'Amalassunta di Pier Franco Brandimarte (Giunti) (con foto)






SOLOLIBRI.NET :














GHIGLIOTTINA.IT :









THE FIELDER :






Su KULTURAL :





Un riepilogo di tutti gli articoli da settembre 2014 ad oggi lo trovate cliccando su:





Non mi resta che augurarvi BUONA LETTURA!


Note di bordo. Un viaggio fra le righe... in compagnia di Maria Francesca Stancapiano

Speaker radiofonica, lettrice forte, scrittrice per passione ma ancora non per professione, ma soprattutto giovane donna eclettica e dinamica. Stiamo parlando di Maria Francesca Stancapiano, ligure di nascita, vissuta a lungo in Toscana e ora residente ad Osimo, nelle Marche.
Maria Francesca è nota come conduttrice radiofonica del suo programma Note di bordo. Un viaggio fra le righe, in cui ad ogni puntata si alternano ospiti di grande calibro: scrittori, artisti, lettori DOC, cantanti, attori. Una trasmissione a tutto tondo che dà spazio alla creatività di Maria Francesca e alla curiosità del pubblico.

Ma per scoprire davvero chi è Maria Francesca Stancapiano e farci raccontare qualcosa di più sulle sue passioni e su Note di bordo, ecco a voi l'intervista che ho realizzato alla speaker.

Buona lettura!


Chi è Maria Francesca Stancapiano? Scegli una parola, un aggettivo o un verbo che ti stia bene addosso e parti da lì per dirci chi sei.
Incostante sognatrice. Ribelle al mondo. Amante dell’amore e della gentilezza. Animale socievole e misantropo allo stesso tempo. Un cervello non mi basta per le troppe idee a cui devo dare subito aria. Vivere, credo, sia il verbo che più mi si addice. Mai privarsi delle emozioni. Di qualsiasi emozione. Potresti davvero farti del male.

Mi parli di un sogno, quello di viaggiare. Non a caso la tua trasmissione radiofonica si intitola Note di bordo. Un viaggio fra le righe. Innanzitutto ti chiedo: come nasce Note di bordo, qual è la sua storia? E poi: cos’è il viaggio per te? In che modo si può viaggiare all’interno della tua trasmissione?
Un giorno, durante l’ennesimo trasloco, da Pisa ad Osimo, ho riaperto i miei 8 moleskine di ben 8 anni. Li ho riletti pagina per pagina, ripercorrendo tutto: dai viaggi in treno, le stazioni nuove, il cuore infranto e poi di nuovo incollato. I tempi dell’università. I tempi del teatro e dei lavori saltuari. Lisbona. Parigi. De Andrè ed i piedi che percuotevano la terra, di notte, a suon di una taranta. Allora mi sono detta: “Ma perché tenersi tutto dentro?”, “Perché non raccontarsi tramite quei viaggi fatti e quelli che avrei voluto fare a chi ancora non mi conosce, in un paese nuovo?”. Come? Con la radio. Ecco che mi sono presentata, con la mia faccia tosta, presso l’ente radiofonica Agoradio. Ho parlato del mio progetto e, dopo una settimana, siamo partiti con la prima puntata registrata. L’emozione è stata grande. Mi preparavo ogni giorno. Davanti allo schermo bianco del mio computer. Non sapevo da dove iniziare, dovevo scrivere tutto. “Improvvisare in radio alla prima puntata? Mai”. E siccome volevo essere precisa, proprio dalla prima puntata ho deciso di scrivere tutto, ogni puntata, anche lo stacco musicale. Avrei avuto solo 30 minuti e, per facilitarmi la questione, dare anche un titolo, con diversi sottotitoli: “Ad occhi chiusi”. Viaggiare, per me, è sempre stata una grande conquista. E non intendo solo soldi in tasca, zaino pieno e piedi sempre stanchi per il troppo camminare. Sarebbe bello se ogni giorno potessi prendere un aereo, un treno, un bus e cambiare paese, città, regione. Viaggiare per me innanzitutto vuol dire spogliarsi di ogni giudizio e pregiudizio. È come arrivare “vergini” di fronte ad ogni essere o situazione. Meravigliarsi di tutto. Come se quell’odore di carne alla brace, quei colori forti, quegli occhi marroni o azzurri, quei cieli e quei mari e quei monti non li avessimo mai visti e sentiti prima di ora. E non è semplice. Lo so. Richiede un buon esercizio di umiltà e di voglia di contaminarsi. Ecco cos’è per me in primis viaggiare: contaminarsi con umiltà, nella meravigliosa azione di meravigliarsi.
“Mi trovo qui con voi in una piccola stanza. Un paio di cuffie; un microfono. E con un grande potere. Un potere che non è solo mio. Il potere di non vederci. E, di conseguenza, di immaginarci.  Pensate alla magia della radio. Può avvicinarci molto più di quanto pensiate. Io non vi conosco e voi non conoscete me. Però basta una voce per immaginare, basta una nota per, ad occhi chiusi, iniziare un cammino insieme. E magari i colori non saranno gli stessi per tutti. Ma sarà il solito viaggio. Di nuovo, ad occhi chiusi. Si perché ad occhi chiusi possiamo permetterci di entrare laddove nell’immaginario collettivo non possiamo. Perché ad occhi chiusi un viaggio non ha prezzo. Perché ad occhi chiusi possiamo ricordare, con un sorriso o arricciando il naso.” Così ho iniziato a viaggiare in radio.

Sei, dunque, anche un’appassionata lettrice e per questo sono curiosa di sapere se hai un libro preferito e perché.
Ho sempre amato leggere. Ricordo che da ragazzina, al liceo, dentro lo zaino (indistruttibile Invicta) mettevo un libro in più. Erano i classici che mi innamoravano, che mi insegnavano ad amare e ad odiare. E mentre un po’ di latino e di greco veniva scritto alla lavagna, io, di nascosto, tiravo fuori da sotto il banco quei libri, con l’ansia di proseguire nella lettura e capire come andasse a finire, fino a quando non ricevevo il rimprovero dalla professoressa.
Ricordo un giorno d’estate. Eravamo al mare. Mia madre aveva appena di finito di leggere un libro. Io non avevo niente e di prendere solamente il sole non mi andava. Così presi il suo libro ed iniziai quel nuovo viaggio. Quel libro era Follia di Patrick Mc Grath: romanzo psicologico, dove tutti i sentimenti vengono vomitati così, come sono. Dove non c’è paura se non quella di non aver vissuto. Fu il primo libro che mi impressionò al punto tale da divorarlo in due ore e mezzo e non rendermi conto di avere preso una notevole scottatura alle gambe.

Si dice che in Italia si legga poco, siamo forse il Paese in cui si legge di meno. Secondo te è vero? In che modo, dal tuo punto di vista, si potrebbe invitare alla lettura, soprattutto i giovani? 
Ai nostri tempi, e parlo di non molti anni fa (anni ’90), leggere era molto più semplice di adesso. Non avevamo cellulari e nemmeno i computer (almeno io), eravamo la generazione dei diari segreti, del “parliamoci guardandoci in faccia”, della telefonata attesa da un unico telefono, quello a fili in casa e se ci davamo un appuntamento era per forza quello perché non c’era altra rintracciabilità se non nella fiducia della parola data. E le librerie in casa erano piene di libri letti, perché anche quello diventava ulteriore argomento su cui confrontarsi. Oggi è tutto molto più semplice e veloce. Troppo. Non c’è tempo di meravigliarsi più, di guardarsi occhi negli occhi e di fidarsi. Siamo sempre sotto controllo. Dai social network alla messaggistica istantanea e non è più un libro che può stupire, ma un “commento” o “status” di esseri sconosciuti e virtuali.
Inutile nascondersi dietro un filo d’erba. Anch’io faccio parte di questa rete peccaminosa e “meccaminosa”. Sono curiosa, però credo che in questa rete sia necessario valorizzare il divertimento e non uno stile di vita, poiché quest’ultimo rimane nelle tradizioni, che sì, si evolvono nel tempo, ma partendo da una base preesistente. Ricordiamoci che siamo essere umani intelligenti, capaci di discernere il bene dal male e dunque anche il troppo. È importante riacquistare la fiducia da trasmettere ed è importante odorare pagine di libri. Non è possibile – né giusto ormai – debellare i social? Bene, allora facciamoci entrare il libro tradizionale. Come? Destando curiosità con contest, tag, hashtag, contest instagrammers (che sono tanti). Credo che il libro, a quel punto, possa davvero tornare di moda.

Da buona conduttrice radiofonica sei, chiaramente, anche amante della buona musica. So che ami molto Chet Baker ed in generale tutta la musica jazz. C’è un pezzo musicale a cui sei più legata? Che ti ricordi, magari, un bel momento della tua vita, anche a livello professionale. 
Ho capito e scoperto il jazz tardi (verso i 30). Mi rendevo conto che comprenderlo, specialmente, non era semplice, perché ogni canzone aveva il suo ritmo specifico. Andavo ai concerti jazz e…sì, mi divertivo. Cercavo addirittura di dare una familiarità agli strumenti: ad esempio il contrabbasso diventava il nonno, la voce saggia. I fiati, i nipoti. La batteria, un padre emotivo al momento giusto, che rincorre i pensieri degli altri. E così via. Ho sempre cercato di vedere la famiglia in ogni cosa.
Chet Baker è stato un musicista dolcemente ruffiano, un musicista maledettamente perfetto nello standard jazz. Eppure non è suo il mio pezzo musicale preferito. Take the A Train è uno standard jazz composto da Billy Strayhorn.
La canzone era stata composta nel 1938, e il suo titolo fa riferimento all'espresso 'A' della metropolitana di New York che all'epoca andava dall'estremo est di Brooklyn fino ad Harlem e all'estremo nord di Manhattan, connettendo quelli che al tempo erano i più popolosi quartieri di colore, Bedford Stuyvesant e Harlem. Una canzone che ha un titolo nato “per caso” . Ellington fu positivamente colpito dalla canzone e chiese a Strayhorn che titolo avesse, ma Strayhorn era così emozionato che l’unica cosa che gli venne in mente fu la frase che si era ripetuto mentalmente più volte mentre andava là, per paura di prendere la linea sbagliata, cioè le istruzioni che aveva ricevuto per arrivare ad Harlem! Fu così che il pezzo prese il titolo di Take the A train. Ecco perché mi emoziona sentirla (ha il fischio di un treno come leitmotiv), trasmette energia positiva, movimento ed ha una storia semplicemente geniale. Per ogni canzone, non mi fermo a ciò che ascolt, ma anche alla sua storia. E questa la trovo come un cappotto su misura per me.

Da Pisa ad Osimo con furore: come sei arrivata qui nelle Marche? Cosa ti ha colpito di più di questa terra così semplice?
Sono arrivata qui con una macchina piena di 14 anni passati a Pisa. E la roba, ti assicuro, non era poca. Da animo nomade, mi sono detta che era arrivato il momento giusto per cambiare e le tenere colline marchigiane, la semplicità, la genuinità, il prezioso patrimonio artistico ben tenuto mi hanno fatto innamorare ulteriormente di questa regione. Avevo bisogno di pace. Le marche godono di molta umiltà. Forse troppa. Ricordo il giorno in cui andai a vedere per la prima volta Recanati e quindi poi la siepe. Scoppiai a piangere come una bambina, e non perché tuonava e faceva tanto freddo, ma perché quella siepe esisteva. Quella siepe che “E questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude”.
Quella siepe la stavo guardando anch’io. Non so se rendo l’idea dell’emozione.

Oltre a leggere so che scrivi, anche. Con quale forma letteraria ti esprimi? E cosa rappresenta per te la scrittura?
La scrittura nella mia vita nasce prima della lettura. Avevo bisogno di raccontarmi laddove non riuscivo a capirmi. Avevo 12 anni circa quando comprai un quaderno dalla copertina rigida bordeaux a fiori piccoli bianchi. Iniziai con la prima poesia, poi con un’altra,  poi con un’altra ancora. A fine giornata, ogni giorno, me ne stavo seduta sulla mia scrivania a scrivere. Era il mio appuntamento segreto. Da quel giorno non ho più smesso. Smettere di scrivere sarebbe, per me, come smettere di respirare. Scrivo per capirmi. Ecco perché giro sempre con una agenda molenskine ed una penna. Scrivo poesie, racconti. Ed ho nel cassetto un libro. Chissà…

Quale sarà il prossimo viaggio che intraprenderai con Note di bordo?
Il viaggio non lo conduco io. Ma le pagine dei miei diari. Dei libri che leggo e dei vostri occhi e delle vostre energie. Per cui: è questa la ricetta.


Il programma radiofonico Note di bordo. Un viaggio fra le righe
va in onda:

Sabato 93.100 FM SU AGORADIO

Sul web www.agoradiotv.it i:
DOMENICA ORE 18.00
LUNEDÌ ORE 10.15
MARTEDÌ ORE 18.30
GIOVEDÌ ORE 10.30
VENERDÌ ORE 18.30


Alcune immagini di Maria Francesca Stancapiano:



Contatti:

Twitter: @NoteBordo
E-mail: mf.dicom@gmail.com